21 aprile 2007

Francesco Guccini

GENOVA RISPONDE AL PORTO…

Ogni volta che viene, noi siamo lì. Seduti per terra, prima fila, sigaretta in bocca. O sulle gradinate, pancione comodo, zainetto blu. Non so bene quanti anni è che compro il fatidico biglietto del concerto di Francesco Guccini, sicuramente dal liceo. E dire che già allora, nei primissimi anni Novanta, Eskimo o L’Avvelenata potevano suonare come minimo fuori tempo, in specie per una ragazzina che giocava alle manifestazioni e per forza di cose non ne sapeva niente, né degli anni Sessanta, né degli anni di piombo. Eppure l’impressione è che questo gigante buono, con le clark e la erre arrotata, sia sempre in grado di toccare corde che affondano le radici in un humus comune, che fanno parte di una certa (sparo il parolone!) weltanschauung per la quale conta davvero poco lo scorrere del tempo. Brontosauri, si, ma consapevoli. Più giocosi che ridicoli, con le magliette del Che. E così non c’è da stupirsi che dal buon vecchio Guccio ci trovi il quindicenne incasinato, il ventenne politicizzato, il trentenne sposato, e via su su fino almeno ai sessanta. Tutti lì cullati dalla sicurezza dell’incipit e del finale, quelle In morte di S.F e La locomotiva che da anni aprono e chiudono il cerchio per chissà quale promessa. E in mezzo uno show che sfiora il cabaret, quell’aria appunto da vecchia e paludata osteria che chi è lì in fondo va cercando. In mezzo, ieri sera, delle perle come L’ubriaco – uno dei suoi ritratti più belli, insieme a Van Loon e Il pensionato -, La canzone della bambina portoghese e la stupenda Canzone delle domande consuete, uno di quei pezzi che lo hanno fatto uno dei più grandi parolieri della canzone italiana. La gente vuole Bologna, ma lui no, fa Piazza Alimonia. In quel momento tutti si alzano in piedi (ai concerti di Guccini si sta rigorosamente seduti, tranne che nei bis). Ne viene fuori una commossa standing ovation, e non credo sia per Francesco: non si tratta certo di uno dei suoi pezzi migliori, ma ho i lucciconi agli occhi. Così la serata scorre via, e puzza di vino, lo si sente proprio nell’aria. Puzza di sudore e fumo (che i divieti, anche al palasport, non li rispetta nessuno). Puzza di gente, proprio, di improvvisazione e parole, parole, quelle che mi piace così tanto sentire, al di là del tempo, dei tempi, al di là di quel che accade fuori da quel palazzotto-uovo in cui in tanti continuiamo a rannicchiarci avvolti dalla magica illusione che c’è qualcosa che, nonostante tutto, non si rassegna a passare.

...CON L’URLO ALTO DELLE SIRENE!

4 Comments:

At 10:37 AM, Anonymous Anonimo said...

conosco molto bene tutto ciò...:-)

 
At 10:37 AM, Anonymous Anonimo said...

(ero AmicaN)

 
At 11:20 PM, Anonymous Anonimo said...

Si anche io conosco queste sensazioni.
Lo AMO

 
At 7:48 PM, Blogger gaia said...

prima o poi ce lo faremo, un concerto tutte insieme!! :-))

 

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