18 luglio 2008

Genova, 19, 20, 21 luglio 2001. La parte giusta

(è lunghissimo, non ho voglia di rileggerlo, e tanto probabilmente nessuno arriverà in fondo. Ma dovevo scriverlo per forza).



Quando penso che sono già passati sette anni, mi sembra impossibile. Per Wikipedia i “Fatti del G8 di Genova” sono una locuzione. Per me, sono uno di quei momenti chiave di tutta un’esistenza. Può sembrare patetico, detto così. Ma a volte possono essere eventi-chiave anche cose molto più piccole e, almeno in apparenza, insignificanti. E quindi.

Il 19 luglio 2001 io avevo compiuto 26 anni. Da tre giorni. Ero tornata apposta dalle vacanze, perché dovevo esserci. Dovevo per i discorsi, per gli amici, la passione politica che ci legava gli uni agli altri, discussioni infinite, litigi, rappacificazioni. E poi i programmi, le birre, le serate, le cazzate. E dovevo anche perché avevo visto, nei giorni immediatamente precedenti, la mia città violata. Stuprata. Ci avevano tolto la libertà di camminarci attraverso. Una città-galera, dove non era ben chiaro chi stava dentro e chi fuori.
Già prima di partire, quando ancora non era stata fatta la zona rossa, c’era polizia un po’ ovunque. Io mi ricordo i poliziotti dentro Feltrinelli. Sembrano cose da fantapolitca, la polizia a guardare che libri compravi. E cazzo, io lo capisco chi ancora oggi non ci crede. Forse, non ci avei creduto nemmeno io, se non ci fossi stata. Io comunque da Feltrinelli ci andavo con R., apposta, già brilli alle due del pomeriggio, e con Il manifesto sotto il braccio.
Scesa dal traghetto, poi, l’inverosimile: ad aspettare me, mia madre e le altre famigliole con l’aria mesta da fine vacanza… l’esercito.

Il 19 credo sia stato uno dei giorni più belli della mia vita. Se penso alla manifestazione, a quel fiume di gente che non finiva più, ai chilometri macinati avanti e indietro senza nemmeno sentire il caldo, solo la sorpresa di incontrare Tizio, e Caio, e pensare “Ci siamo tutti, ci siamo proprio tutti”. (Già la festa era cominciata la sera prima, col concerto di Manu Chao - Mi ricordo un momento particolare, in cima a una scalinata, a guardare Corso Italia letteralmente invasa dall’alto. Ero vicina a B., che sorrideva, e guardava giù, e sul mare il tramonto faceva venire le lacrime agli occhi, e io avevo proprio il magone e continuavo a pensare: “Questo momento non tornerà più, non voglio davvero dimenticarlo. Lo stringo forte in un angolo della memoria perché resti mio, mio per sempre”).
L’acquazzone che ha stravolto l’ultima parte della manifestazione non ha fatto che aumentare a dismisura quella felicità smisurata, incosciente e infantile che non sapevo più come contenere.
Ci siamo rifugiati in una delle poche pizzerie rimaste aperte, bagnati fradici, in 15 a un tavolo da 10. Credo di non aver mai riso così tanto.

Quello che è accaduto i giorni dopo, lo sanno tutti. Per me un’affastellarsi di ricordi confusi. Il 20, in giro per Genova da sola, con una fifa blu. L’aria era tesa, le notizie che arrivavano da radio e tv per nulla rassicuranti, io battevo le zone apparentemente più tranquille. Poi tutto è andato a puttane, la zona rossa non contava più nulla, le zone tranquille (quelle occupate dalla rete Lilliput) le più massacrate. Ancora mi ritrovo a dire: se non le avessi viste con i miei occhi, le cosiddette forse "dell'ordine" lasciar passare e distruggere indisturbati i black block, potrei davvero avere qualche dubbio. Ma niente, così è andata, poi tutto come in un sogno, noi che partiamo per il concerto degli U2, finiamo in mezzo agli scontri, lacrimogeni, casino, gente che piange e urla, poi la radio, la notizia di un morto, non dicevano il nome e poteva essere chiunque di tutti gli amici ancora lì, soprattutto poteva essere R. data la zona, non riuscivamo neanche a respirare sulla cinquecento blu, figurarsi a parlare. Poi la sera, l’albergo, le immagini, quel corpo di un altro insanguinato e schiacciato sotto le ruote, che poteva essere R., ma potevo essere io, perché fanculo diciamocelo, quando una fottuta camionetta si lancia a 100Km all’ora contro i tuoi amici, quando tua sorella magari si è appena presa una sprangata in faccia solo per aver partecipato a una manifestazione, quando hai addosso la maledetta paura di un delinquente braccato solo perché sei nella TUA città, solo proprio per il fatto di trovarti lì, ecco allora non è che ragioni proprio bene e sfoderi un’educazione da galateo. E ancora la telefonata a R., ha la voce rotta e mi dice che gli bruciano tanto gli occhi, gli dico ti prego domani non andare, ma niente, lui risponde “Non posso, non possiamo, sono stati troppo bastardi”.
Il giorno dopo il gran finale, altra telefonata a R., io dal cesso dello stadio lui in mezzo a un corteo che ormai è in guerra, dice poche parole poi un urlo e non sento più niente. Che era caduto e qualcuno è riuscito a tirarlo su prima di finir schiacciato dal fuggi fuggi o abbastanza isolato da essere preso di mira, massacrato di botte e portato a Bolzaneto, l’ho saputo un bel po’ di tempo dopo. Io col senso di colpa atroce perché lui era là, così come altre amici, mentre io e un gruppetto al sicuro a Torino, a un concerto. Che situazione di merda. E non valeva molto a consolarmi il fatto che comunque il 21 io in piazza non ci sarei andata, non ero per nulla attrezzata, sarebbe stato autolesionismo. E poi avevo paura. Una paura che non ho mai più provato, né prima né dopo. A fine concerto sapevo che gran parte delle persone che conoscevo se l’erano cavata bene. Pensavo fosse finita, ma poi una telefonata di mia madre in lacrime, terrorizzata, mi dice "sta accadendo qualcosa di brutto, da casa si sentono urla, e gli elicotteri, il rumore degli elicotteri è assordante, non tornare stanotte". (Allora vivevamo a meno cinquanta metri dalla Diaz).

Ma invece siamo tornati. Alle 4.00, in una città fantasma. I netturbini avevano già fatto il loro lavoro di pulizia. L’operazione di rimozione era già in atto da un paio d’ore.

Ho vissuto l’ultima giornata (la peggiore) del G8 di Genova da spettatrice. Ma nonostante questo per lungo, lunghissimo tempo, ogni volta che vedevo qualcuno in divisa cominciavo a tremare. Quel giorno che due carabinieri hanno fermato me e la C. perché mi stavo infilando con la macchina in una strada vietata, ho avuto difficoltà a chiudere occhio tutta la notte. Eppure sono stati gentili, non è successo proprio niente di niente, nemmeno una multa. Ancora oggi, se sento il rumore di un elicottero, un brivido mi prende alla schiena.
Non posso pensare cosa provi chi è stato ferito, insultato, umiliato. Chi ha perso un figlio, un amico, un padre, un fratello.

Quello che so è che quello è stato l’ultimo giorno di totale, incosciente, infantile felicità. Molte cose sono cambiate dopo, e molto siamo cambiati tutti noi, in meglio o in peggio non so dire, come non so dire se le cose sarebbero andate diversamente senza quel pezzetto di storia.

A distanza, mi resta la nostalgia di quello che è passato, la rabbia quasi feroce per come la sospensione del diritto di quei giorni non sia stata, e non sarà mai punita (né capita) fino in fondo, il disgusto per chi si è portato via quella parte di me, e l’orgoglio assoluto che può dare solo la certezza di essere stati dalla parte giusta.

5 Comments:

At 2:08 PM, Anonymous Anonimo said...

la rabbia quasi feroce per come la sospensione del diritto di quei giorni non sia stata, e non sarà mai punita (né capita) fino in fondo
Esattamente quello che provo io.
Brain

 
At 5:12 PM, Anonymous Anonimo said...

io l'ho letto e mi sono commossa...
un abbraccio e auri in ritardo elena

 
At 3:53 PM, Blogger mae said...

Ho letto ogni singola parola fino in fondo, bellissime parole. Mia sorella quel giorno c'era .. ed ho avuto paura soltanto i giorni seguenti quando ho capito, solo in parte, quello che era accaduto .. perchè da fuori non si capisce. .. da fuori non ti lasciano capire.
Possiamo solo sperare che una cosa simile non si ripeti .. anche se la pura c'è e resta.
ciao
Maè

 
At 5:14 PM, Anonymous Anonimo said...

Capisci Gaia perche io quando sento parlare di pattuglie per la strada, che sono li per la nostra sicurezza io non ci credo. Sicuramente la mia sicurezza come dicono loro, sarà l'insicurezza di qualche altro essere umano. Quello che successe a Genova non lo potrò dimenticare mai. Quello che può succedere per le nostre strade oggi mi fà ancora paura.
Che ordini hanno ricevuto questi soldati?

 
At 4:03 PM, Blogger Rosibetti Rubino said...

emozionante.

 

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